Le Altalene Rosa

C’è un posto che mi ha colpito particolarmente e che vanta un primato mondiale, quel posto è Ciudad Juarez, al confine tra Messico e Texas, una cicatrice sanguinante di femminicidi.
In questo posto paura e coraggio si mescolano tra di loro, il coraggio di denunciare che libera dalla paura.

Giornalisti e scrittori sono gli unici che hanno il coraggio di dare dignità e una storia ai corpi ritrovati nel deserto in mezzo alla polvere, quando la Polizia locale chiede alle madri di riconoscere le proprie figlie dalle ossa rinvenute nel deserto.

Il femminicidio sistematico di Ciudad Juarez è una realtà che lascia sgomenti ormai da vent’anni e, finalmente, grazie a un’opera che ha vinto il premio come miglior design del 2020, ora si sono riaccesi i riflettori da tutto il mondo. Sono le altalene rosa, che attraversano il muro al confine tra Texas e Messico.

Il Messico non è un paese per donne, è secondo solo al Brasile per numero di femminicidi, sono 10 al giorno.

In Italia la cronaca ci dice che c’è 1 femminicidio ogni 3 giorni; in tutto nel 2020 sono stati 110. Le cronache dei giornali ci raccontano che le donne muoiono per mano di mariti, fidanzati, compagni, per mano di coloro, cioè, con i quali hanno una relazione affettivo-sentimentale.

E allora, nel nostro lavoro sulla pagina, ci chiediamo quali sono le cause che portano a questi numeri, quali i motivi socio-culturali del fenomeno.

Innanzitutto il termine femminicidio non indica tanto il sesso della vittima quanto il movente, il motivo per cui una donna è uccisa, denotando il carattere maschilista della violenza inflitta.

La violenza contro le donne, oggi, riflette anche uno scenario sociale in continuo mutamento. Da una parte le donne sono sempre più libere, autonome, consapevoli di sé e delle loro competenze… Dall’altra parte gli uomini “in crisi” fanno fatica a gestire emozioni negative e a chiedere aiuto, perché il modello di mascolinità più diffuso li vuole forti e stoici.
Inoltre tanti uomini non accettano che una donna possa decidere di chiudere un rapporto di coppia e vivono il rifiuto con un grande senso di inadeguatezza e frustrazione, che può trasformarsi in atti di violenza.

Un dato è certo: spesso laddove c’è violenza fisica a monte c’è stata quella psicologica.

E allora quello che dobbiamo imparare a fare per salvarci la vita è riconoscere tutte le forme della violenza, da quelle immediatamente riconoscibili come la violenza fisica, l’aggressione, l’abuso, le grida, gli insulti, fino a quelle meno riconoscibili come le umiliazioni, il disprezzo, la svalutazione, il ricatto emotivo, la possessività e il controllo a quelle più sottili che sono molto diffuse come le battute sessiste, la pubblicità sessista, il linguaggio sessista e tutti quegli atteggiamenti maschilisti volti a sminuire o a zittire una donna.

Noi crediamo che sia necessaria una nuova educazione, per formare uomini e donne libere. La scuola non dovrebbe solo educare al rispetto, ma anche a rivedere i ruoli di genere e i condizionamenti sociali per aiutarci a creare relazioni bilanciate e non oppressive.
Fare cultura per uscire da certe gabbie mentali perché prima ancora di affrontarle occorre riconoscerle.